LE “CASE DI TOLLERANZA” nascono nella seconda metà dell’800, con il governo Crispi, controllate dallo Stato per l’esercizio della prostituzione. Esistevano “case chiuse” di prima, seconda e terza categoria.
La deputata e senatrice socialista Angelina Merlin portò avanti la battaglia volta alla chiusura delle circa 590 case di tolleranza italiane, (conosciute anche con decine di sinonimi quali case chiuse, case di piacere, casini, bordelli, lupanare ecc.) Dopo 10 anni di discussioni la legge Merlin venne votata il 29 luglio 1958 con 385 voti favorevoli e 115 contrari con decorrenza il 20 settembre, cancellando di fatto il decreto del governo Crispi del dicembre 1883 in cui si regolamentava il servizio della prostituzione.
Sul fronte opposto, oltre a Montanelli (che sul tema pubblicò un famoso libello, “Addio Wanda!”), si schierò anche lo scrittore Dino Buzzati, che arrivò a paragonare la senatrice veneta a Erostrato, che è leggenda abbia appiccato il fuoco alla grande Biblioteca di Alessandria, distruggendo così un “Grande Capitale”.
Il funzionamento delle case chiuse era molto semplice, le “pensionanti”, com’erano chiamate le prostitute, erano reclutate dai “collocatori” nei luoghi più svariati e fatte “girare” per i vari casini ogni quindici giorni. Spesso, le prostitute erano precedute dalla loro fama, ognuna usava un nome d’arte e un nomignolo che evidenziava il luogo d’origine, magari fasullo, o la specialità.
L’igiene intima era curata, ogni stanza aveva il bidè e il lisoformio si consumava in quantità industriali. Le visite ginecologiche avvenivano periodicamente, su disposizione delle autorità nelle case medesime e la visita del “tubista”, così era chiamato il medico, era vista con terrore poiché se trovava la donna malata l’interruzione dell’attività era immediata e la ripresa rimandata ‘sine die’.
Ogni casa aveva il “salottino d’attesa”, dove sostavano le pensionanti, vestite succintamente aspettando di essere scelte. Era un piccolo popolo, quello che viveva sulla prostituzione legale (nel 1958 le “case” autorizzate erano 560, per un totale di appena 2.700 prostitute), ma muoveva un giro d’affari notevole.
Quel fiume di denaro non finiva solo in mani private, ma anche allo Stato, che incamerava una percentuale sul ricavato (per un totale di 100 milioni di lire di allora, pari a 1,1 milioni di euro attuali) in cambio di alcuni servizi, fra cui il controllo sanitario delle “lavoratrici”.
Nel 1949 l’ONU puniva gli Stati che traevano guadagno dalla prostituzione; lo Stato italiano, entrato nelle Nazioni Unite nel 1955, rischiava di finire sotto accusa.
La Chiesa come reagiva? Una contraddizione della Chiesa era data dal fatto che gli uomini erano esentati dal confessare al prete la frequentazione delle case chiuse, perché questa non rientrava nei peccati da confessare. Cosa abbastanza curiosa: non si accettava ed era peccato perfino avere il desiderio di un piacere sessuale, ma nello stesso tempo, si era esenti dal confessare di essere stati in una casa di tolleranza a soddisfare questo piacere.
Non si è mai riusciti a spiegare questa contraddizione della morale cristiana, che in un certo senso non considerava la dignità umana di queste donne, anche meretrici, ma sempre esseri umani. Quello che si faceva dentro questi locali non riguardava il clero, e le persone che vi prestavano ‘l’opera’ non venivano considerate.
Per la maggioranza degli uomini, all’età di 18 anni, quello era il primo contatto con donne, non solo sessuale ma anche visivamente spesso era il primo approccio con il corpo femminile. Non dimentichiamo che si era in un’epoca dove le madri o le sorelle non si mostravano “in libertà” di fronte al padre o ai fratelli. E’ il caso di dire che solo 60-70 anni fa il corpo femminile era un mistero per i giovani uomini. In ogni città esistevano più “case”. Ogni quindici gg. vi si alternavano le 3400 ragazze(tante erano nel1948 e 2700 nel 1958) ospiti in una rotazione continua. Per gli uomini era una novità andare a vedere “la quindicina”. C’erano case dozzinali con ragazze molto “alla buona”, altre case invece “di livello” ospitavano ragazze gradevoli, educate, riservate, spesso con una carica umana che le faceva diventare per alcuni la confidente delle proprie pene familiari e personali.
Per molti la “visita” al “casino” era un abitudine non necessariamente legata a un vero e proprio rapporto sessuale ma a un rapporto umano, anche se spesso (soprattutto in gruppo) veniva vissuto goliardicamente, da qui l’espressione “fare flanella”, riferito ai ragazzi che andavano a guardare e basta, magari non potendosi permettere “la marchetta”. La rotazione era uno dei tanti motivi escogitati per non far nascere amicizie che potevano pregiudicare l’equilibrio del locale e quindi del “lavoro”.
Cosa ne fu delle “signorine” una volta perso il lavoro? Molte si sposarono, altre aprirono delle attività. Nonostante molta letteratura romantica raccontasse di povere ragazze sfruttate, molte riuscirono a mettersi da parte un po’ di soldi. Un buon numero restò nel “campo” che ormai conoscevano, visto che le case chiudevano ma i clienti restavano numerosi, e per molte fu l’inizio di una fiorente attività in proprio.











